Piccola cronistoria del calvario della formazione musicale
Dora Liguori, Segretario Generale Unams

Dai tempi dell’Unità d’Italia, dicasi 1861, la musica, come si suol dire, non ha avuto “sorte” proprio in Italia.
Infatti, nelle varie riforme della scuola che si sono succedute in oltre centocinquant’anni, nessun vero spazio è stato mai dato appunto alla musica. E su questa scelta, alquanto masochistica dell’Italia, la dice lunga una dichiarazione resa dal nostro massimo filosofo - Benedetto Croce - il quale confessava candidamente come la sua conoscenza, parlando di brani musicali, si limitasse alla “marcia dell’Aida”, ossia confessava di possedere una inesistente formazione musicale.
Sempre parlando di formazione, e in questo caso di tipo professionale, le cose non andavano meglio neppure sul piano dei Conservatori di musica ove una specie di riforma abbozzata, alla fine dell’ottocento, dal Senatore a vita Giuseppe Verdi, impiegò oltre trent’anni per vedere la luce - nel 1918- sotto forma di “Decreto Luogotenenziale n° 1852”. A detto decreto seguì poi, nel ’30, la legge n° 1945 che, a cura del compositore e direttore d’orchestra - Francesco Mulé, volle intervenire sui programmi.
Tornando all’ insegnamento della musica a livello, però, di prime conoscenze nelle scuole di ogni ordine e grado, occorre attendere gli anni’60 per vedere finalmente segnali consistenti; infatti è all’interno di una legge prevedente la scuola dell’obbligo fino ai 14 anni (elementari e scuole medie) che venne inserito, nella scuola media, l’insegnamento dell’Educazione Musicale. A questa giusta innovazione fecero seguito una serie di provvedimenti, spesso contraddittori, all’interno dei quali non esisteva la giusta separazione fra la musica intesa quale cultura e la musica quale professione. In parole povere occorreva che quanto prima venisse varata la non più procrastinabile (l’attesa perdurava da cinquant’anni) legge di riforma per accademie e Conservatori che, attuativa dell’art.33 della costituzione, riconoscesse, a dette Istituzioni, il titolo e la funzione di “Istituzioni di alto livello”, ossia l’essere di pari livello alle università, con il conseguente compito di rilasciare relativi titoli universitari.
Contestualmente occorreva, però, che alla base del nuovo Conservatorio, non più inteso come una “matrioska”, venissero istituiti, all’interno delle medie e dei licei, una serie di indirizzi musicali professionalizzanti (l’apprendimento della musica è precoce), volti a dare, al posto dei Conservatori, le necessarie solide basi ai futuri professionisti della musica. Ovvero l’Italia doveva, anche ai sensi del trattato di Lisbona, porsi in linea con quanto già avvenuto in tutti i Paesi evoluti del mondo e, senza bisogno di citare la Germania, la Russia e i Paesi dell’ex blocco sovietico (i più avanzati nel settore), bastava che l’Italia si rifacesse, onde porre in essere una riforma di base seria, a quanto già operato in Spagna e persino in Turchia. In sintesi, se non si voleva fallire, occorreva prevedere una formazione di base di altissimo livello (le basi, nella musica, sono fondamentali) con docenti preparatissimi e selezionati non in base, come in parte poi avvenuto, a determinate dinamiche sindacali ma in base ai titoli in loro possesso.
Dopo una lotta durata anni, la riforma dei Conservatori, grazie all’UNAMS e ai relatori Sbarbati e Asciutti, veniva, all’unanimità, approvata dal Parlamento ma il testo usciva, per effetto di un dictat imposto dal Governo (Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer), privo, per mancanza, veniva detto, di fondi, della parte riguardante la creazione proprio della formazione musicale, dalle elementari alle medie e ai licei musicali, ovvero di quella parte di formazione che avrebbe dovuto essere sostituiva dei primi cinque sei anni di Conservatorio. La lotta diveniva impari poiché qualora non si fosse accolta l’imposizione del Governo, la legge non sarebbe stata approvata.
Nella realtà più che la mancanza di fondi a dettare leggi presso il Governo, era l’avversione conclamata delle Università alla riforma; infatti le facoltà di lettere e i DAMS, da tempo, accarezzavano l’idea di sostituirsi ad Accademie e Conservatori di musica per il rilascio dei titoli ultimi e da questa aspirazione non intendevano deflettere. Pertanto Berlinguer, già rettore dell’Università di Siena non poteva che essere sodale con le richieste delle università. Alla fine, il cosiddetto Paese della musica, per privilegiare le citate Università, approvava una legge (L.508) tronca di una delle parti più qualificanti della filiera musicale e legiferava… sulla testa lasciando il vuoto nel corpo.
Comunque le Medie ad indirizzo, dopo una epica battaglia dell’UNAMS, venivano poste in ordinamento, sempre nel ‘99, grazie all’intervento risolutivo, questa volta dell’On. Napoli; mentre nel 2005 un provvedimento legislativo dell’allora Ministro Moratti attuava l’indirizzo musicale nei licei.
Purtroppo i tanti sforzi dell’UNAMS non sono stati coronati da altrettanti successi poiché, in fase di attuazione delle sopra citate leggi, come si temeva, sono intervenute le sopra descritte dinamiche che vedevano le tesi dei sindacati, prontamente accolte dall’Amministrazione, volte a premiare, più che i titoli artistici dei docenti, le deleghe sindacali di riferimento.
Una politica che, come era facile prevedere, avrebbe condotto alla chiusura di molti indirizzi nei licei.
Infatti i genitori, dopo essersi accorti della mancanza di professionalità di alcuni docenti (non seriamente selezionati all’uopo) ritrovandosi poco interessati alle deleghe sindacali dei medesimi, hanno ritenuto di dover ritirare i propri figli. Come dire se la frutta non è buona meglio cambiare bottega e… guarda caso la bottega non poteva che essere il Conservatorio, di nuovo, pronto a… tutto fare.
Insomma tutti contenti… tranne quei musicisti che, dopo studi rigorosi e acquisizione di sudati titoli artistici, e magari anche dopo un concorso superato, sono stati resi privi di aspettative concrete ed oggi, rassegnati si ritrovano, più o meno, come dice una famosa commedia di Beckett… ad aspettare Godot.